Domaine Le Fief Noir
Saint-Lambert du Lattay
La storia
Le Fief Noir è una tenuta di 30 ettari nel centro dell’Anjou Noir, vicino ad Angers, nel comune di Saint-Lambert du Lattay; nasce dal sogno di due amici, che dopo una prima ed importante esperienza in Corsica, decidono di creare qualcosa che rispecchiasse a pieno la loro idea pura e profonda del vino, e cosa di meglio che spiegarlo attraverso lo Chenin?
L’Anjou Noir è una zona vitivinicola unica all’estremità del massiccio dell’Est Armoricano e al nord-ovest dell’Anjou.
Noir, ovvero “Nero”, per via della pietra che compone il suo sottosuolo: un scisto molto scuro formatosi 30 milioni di anni fa; il scisto Nero dell’Angiò offre un’eccezionale diversità di caratteristiche e questo grazie alla sua storia e alla sua trasformazione nel corso dei secoli.
Questa pietra è strutturata secondo un modello a fogliolina, che costituisce un terroir ideale per la coltivazione della vite; infatti, l’elevato numero di fessure presenti nella roccia permettono alla vite di sviluppare le proprie radici al suo interno ed in questo modo di penetrare nel vasto spazio e raccogliere un’ampia varietà di minerali. Ritroveremo nel vino tutta l’identità apportata dal questo scisto.
Da un terroir unico nasce un risultato vitivinicolo magico: lo Chenin esprime tutta la sua profondità, con grande ricchezza e potenzialità di evoluzione.
Le Fief Noir coltiva la propria uva seguendo il metodo biodinamico, dove Chenin, Cabernet e Grolleau crescono su un terreno ricco e con un’elevata diversità.
Il rapporto e l’integrazione con il singolo appezzamento è la priorità del lavoro sviluppato in vigna.
Scegliere il giusto vitigno in base alla composizione del terreno, lavorare il terreno per favorire lo sviluppo delle radici della vite negli anni, eliminare le erbe infestanti che competono con la vite o aiutano il terreno a riscaldarsi a fine inverno, questo è alla base delle scelte del lavoro quotidiano.
“Filosofia del nostro lavoro”: Proponiamo vini profondi, che danno la voglia di fermarsi, di prendersi tempo, di porsi delle domande. Le nostre annate ci corrispondono, nel senso che bilanciano il nostro lavoro e il gusto per la contemplazione. L’idea è di non congelare nulla. Un vino non è mai del tutto finito. Appartiene a chi lo riceve. Lasciare sempre uno spiraglio aperto all’interpretazione, questa co-creazione, è ciò che rende il nostro lavoro così bello.